IL Veterinario Aziendale: possibile in Campania ?

Se ne parla da tempo, da molto tempo, forse da fin troppo tempo di istituzionalizzare la figura del Veterinario Aziendale, un libero professionista privo di possibili forme di conflitto d'interessi (non deve essere nè un convenzionato ASL nè un dipendente) in grado di gestire l'allevamento per tutte le proprie competenze e rapportarsi direttamente con il Servizio veterinario della ASL. Tanto se ne parla dunque, almeno qui in Campania,

ma ancora c'è qualcosa di ostativo nel realizzare definitivamente questa professionalità oramai urgente, cogente ed assolutamente indispensabile. Qui in Campania sta giungendo la definizione di Veterinario di Fiducia che dovrebbe essere assimilabile a quello Aziendale. Ma purtroppo siamo ancora alle definizioni, a differenza di altre regioni come il Lazio, la Toscana e da poco tempo anche la Regione Friuli, regioni in cui in forma sperimentale o direttamente già definitiva, il progetto Veterinario Aziendale "è già partito" come riportato nel link che segue.

Il Veterinario Aziendale in regione Friuli

Eppure, paradossalmente, a fronte di un ricco e rinomato patrimonio
bufalino, sussiste una forte carenza di questa figura istituzionalizzata che induce ancora l'allevatore a chiamare questo o quello unicamente su base fiduciaria occasionale e in base alla convenienza economica della prestazione sanitaria ricevuta. Quest'ultimo concetto tuttavia ben si sposa con la logica del libero mercato e delle libere scelte ma, nel tempo, non consentirà all'allevatore di riporre tutta la fiducia, sicurezza e considerazione in un'unica figura aziendale capace di curare sia gli aspetti sanitari sia assicurare i dovuti adempimenti telematici cosi' come espletano da diversi anni i Servizi Veterinari delle ASL. Questo dunque accade proprio per una mancanza di stipule contrattuali tra le due figure: l'allevatore ed il Veterinario. Ma proprio
questa mancanza di contratti lavorativi, ritengo, possa rappresentare il maggiore ostacolo e rappresentare un vero freno, un problema di non facile risoluzione, almeno qui in Campania. I lettori di questo articolo vorranno scusarmi ma, usando una terminologia molto cruda e diretta, ricordiamo che "senza soldi non si cantano messe", a significare che non è stata prevista in maniera chiara e sicura la giusta copertura finanziaria per assicurare l'ordinarietà delle prestazioni erogate dal Veterinario Aziendale. Difatti, il Vet.Az. puo' certamente assolvere ai suoi impegni sanitari e quelli obbligatori che lo vedono sotto il controllo del Servizio Veterinario, quale figura professionale che si interfaccia direttamente con la ASL, ma alla fine di tutto ... chi paga ? Come potrete leggere nel link che segue, estratto dalla rivista 30 Giorni, i compensi da corrispondere al Vet.Az. sarebbero in massima parte assolti dal richiedente (l'allevatore) in eccezione di regimi di condizionalità. Ma cosa significa questo ?

Estratto da 30 Giorni: Veterinario Aziendale

Sembra lasciato inteso che in particolari situazioni, condizioni, che vedono l'espletamento di mansioni di interfacciamento ASL, i compensi da corrispondere verrebbero forniti da ASL o Regione, sulla base di risorse finanziate fornite agli Enti sotto forma di Fondo per Progetti. I Fondi FAS, ad esempio, potrebbero costituire una risorsa ma ritengo che sia impensabile garantire l'ordinarietà sanitaria facendo ricorso a capitali che, prima o poi, finiscono. i Fondi, i Finanziamenti possono essere risorsa economica per gli emonumenti da corrispondere al Vet aziendale, ma, alla luce degli scandali vaccino rb51 e terra dei fuochi, dove peraltro è ipotizzabile uno smistamento delle finanze per bonificare la drammatica situazione agro-ambientale, risulta difficile pensare ad una erogazione "sine problema" di tali fondi da parte degli Organi istituzionali-comunitari preposti. Cio' anche sulla base di una pessima reputazione del nostro territorio già critica e fortemente controversa, incriminata. Manca anche la possibilità di assicurare il turn over lavorativo nel giusto rapporto pensionamento-assunzione perchè mancano i soldi alla fine di tutto. Una realtà con la quale dobbiamo confrontarci e non possiamo esimerci dal farlo.

Ma se vi sono dunque problemi di finanziamento pubblico del Vet.Az., sussitono altrettante problematiche nella visione del rapporto "finanziario" allevatore-Vet.Az. Gli allevatori per poter corrispondere la giusta retribuzione al Vet.Az., devono trovarsi in condizioni economiche e finanziare da consentire loro questo importante passo. In riferimento alla regione Campania, attualmente vi sono diversi vincoli che frenano la circolazione economica a livello zootecnico ed impoveriscono le tasche degli allevatori. Personalmente ritengo che l'allevatore debba fare i conti con i seguenti vincoli:

1) il prezzo del latte e le modalità di pagamento

2) i costi di accrescimento delle bufale

3) i ricavi "miseri" alla macellazione

Questi tre vincoli sono strettamente connessi l'uno all'altro e sequenziali, dal primo nasce il secondo e infine il terzo. Ma mi spiego meglio.


IL PREZZO DEL LATTE:

"In molte regioni d'Italia non si è ancora giunti a un accordo per la sottoscrizione dei contratti per la cessione del latte crudo bovino e risulta che il prezzo sia stabilito in modo unilaterale da parte degli acquirenti senza rispettare quanto disposto dal diritto nazionale e comunitario in materia disattendendo quanto disposto dalla normativa nazionale, che dispone l'obbligo di contratti in forma scritta informati a principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni". Questo dunque è il parere espresso dal Veterinario Parlamentare On.Cova che ben si adatta alle realtà della Campania. Ineffetti in questo territorio la parte del leone la fanno i caseifici, variando stagionalmente il prezzo del latte. Cio' non rappresenterebbe un problema insormontabile ma, ad eccezione di pochi, seri e coscienziosi, spesso l'allevatore si ritrova a far fronte a mancati pagamenti del latte conferito, ad assegni scoperti, postdatati proprio per mancanza di stipule di contratti trasparenti e, peggio ancora, a causa del piu' completo disinteresse delle Associazioni di categoria. Tali Associazioni sono poco inclini al confronto e tavole rotonde con Unione Industriali e, qualora si riunissero, non raggiungono mai un concreto accordo.Vi sono poi problemi interni a tali Associazioni dettati proprio dal fatto che la categoria zootecnica raprresentata dagli allevatori, non è unita, coesa e, pertanto, priva di potere contrattuale. Ma mentre l'allevatore attende il rimborso di mesi di conferimento del latte, la sua mandria cresce e comporta altre spese. Si passa cosi' al secondo vincolo,

 

I COSTI DI ACCRESCIMENTO DELLE BUFALE:

Gli animali necessitano di mangiare ovviamente e i costi relativi ai mangimi, al razionamento, hanno anche loro una importante incidenza sulle finanze dell'azienda zootecnica. Anche la paglia serve anche se quella è una spesa ammortizzabile nel tempo. Infatti, considerando che il costo di una balla di fieno si aggira sui 7-10 euro/quintale, bisogna sommare anche il costo del trasporto (se proviene dalle zone di rifornimento quali Chieti-Puglie-Avellino) pari a 2 euro/quintale. Tuttavia, lo stoccaggio corretto dei balloni di fieno per il loro successivo impiego nei periodi di magra (mancanza di foraggi), consente all'allevatore di accantonare finanze per altre spese. Tuttavia, l'incidenza della paglia è minima se consideriamo quella relativa ai mangimi. Coloro che hanno la fortuna di avere fondi agricoli di proprietà coltivato a mais, a fieno, riescono ad ammortizzare un po le spese. Diversi allevatori invece si vedono costretti ad acquistare i mangimi. Il prezzo unitario, comprensivo delle spese di trasporto, per il mangime supera i 30 euro/quintale. La soia si aggira sui 50 euro/quintale, il mais sui 20 euro/quintale. Consideriamo allora un'allevamento composto da circa 200 e piu' bufale mediterranee. Di queste 200, diciamo che 98-100 animali sono in produzione lattea. Ora, una razione alimentare ottimale per la bufala in lattazione supera i 5 euro/kg al giorno, fornendo all'animale intorno ai 6 kg di mangime minimo. Per 100 bufale in produzione ci vorranno quindi 500 eur/kg. Ma mentre l'allevatore spende i soldi per quelle in produzione, si ritrova con le altre 100 bufale della sua mandria che crescono e comportano spese a parte. Considerando che un vitello bufalino necessita per l'accrescimento intorno ai 2 eur/giorno/al capo, per queste residue 100 bufale che crescono l'allevatore deve considerare 200 euro/giorno/capo che sommate alle precedenti 500 eur/kg di quelle in produzione, portano l'allevatore ad un'esborso complessivo intorno alle 700 euro solo di alimentazione della mandria. Ora 100 bufale in lattazione fanno in media 2100 quintali di latte all'anno ( 1 bufala fa 20 quintali latte/anno). Questi 2100 quintali di latte forniscono sul mercato in media 240 mila euro/anno che, se il caseificio è serio, rientrano nelle tasche dell'allevatore sotto forma di giusto utile della produzione, diversamente con i mancati pagamenti, assegni postadati, scoperti ... è piu' verisimile che l'allevatore vada sotto con le spese. A questi costi zootecnici si aggiungano quelli relativi ad acqua, luce, gas, famiglia, Imu  ecc... ed ecco che i conti non tornano piu'. Se infine l'allevatore decidesse di inviare animali alla macellazione, speranzoso di recuperare un po' di spese, deve subito ricredersi facendo i conti con la realtà di mercato. Si termina dunque passando al vincolo ultimo


I RICAVI "MISERI" ALLA MACELLAZIONE:

Tempi addietro, quando non si parlava di Terra dei fuochi, trattamenti illeciti, frodi in commercio, violazioni del disciplinare DOP della mozzarella, scandali nelle istituzioni, una bufala al macello forniva all'allevatore ben 900 euro, sulla base di una valutazione economica stabilità dal mercato ISMEA che da non molto tempo è stato istituito anche nella regione Campania (qualche anno fa si faceva riferimento ai valori ISMEA del mercato di latina).
Orbene, situazioni socio-sanitarie prima elencate, unitamente alle politiche di mercato volte al risparmio, a causa di situazioni sanitarie fortemente contigenti come l'emergenza Blue Tongue, hanno determinato uno screditamento del valore commerciale della bufala. Per cui oggi a fronte dei 900 euro l'allevatore mandando una buona bufala al macello ricava penosamente 100 euro. Proprio cosi', 100 euro.


Concludendo,

alla luce di quanto pubblicato in questo articolo Vi domando e Ci domandiamo tutti:

E' dunque possibile istituzionalizzare la figura del Veterinario Aziendale in Campania ?
O forse è piu' ragionevole pensare che una terra martoriata al momento non puo' dare buoni frutti ?

 

    Il Redattore WebITSME
Dott. Riccardo Alemanno

 

 

 

 

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